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Compiti per tutti 20-27 Settembre

Caro Rob,

come starai ? Tra qualche ora uscirà un’altro oroscopo finalmente, così ti scrivo un po.

Chissà come starai quando leggi il tuo oroscopo personale, il toro se non sbagli.

Non ti sbagli sicuro quando dici che ci ami a noi gemelli. Ma quanto ci ami Rob. Questa settimana ci hai regalato un bellissimo compiti per tutti.

“Compiti per tutti: immagina come sarebbe la tua vita se sconfiggessi la tua paura più grande. Descrivi questo nuovo mondo.”

 

C’ho pensato un po’ questa settimana, in particolare per capire quale fosse la mia paura più grande. Inizialmente ho adocchiato diverse direzioni. La paura dell’altezza, del guidare in gallerie o ponti (o ponte ?), della mancanza di aria, di perdere qualcuno caro (o cara caro Rob?), o …

Volevo dirti con questa breve lettera che ho capito qual’è la mia paura più grande: è la paura della paura.

Come sarebbe la mia paura grande.

Una vita più semplice, veloce, soddisfacente.

Sarebbe una vita che mi permetterebbe di raggiungere uno stadio nuova di coscienza di me e un benessere che si manifesterebbe direttamente nella quotidianità. Arrivare ovunque io voglia, tornare a scoprire nuovi mondi e nuove (anche vecchie) persone, e vivere il rapporto con HE SHE AND IT in una maniera diversa.

Grazie Bob.

Auspicando che tu stia benone e che a quest’ora (sempre che tu sia nel mio stesso fuso orario) dorma sogni tranquilli, ti auguro una buona notte.

Kri

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Day two

Non male. Due giorni che scrivo di me.

Mi ero abbandonato: difficile da credere quanto sia facile abbandonarsi.

Spesso mi perdo nella malinconia e nei versi, scordandomi il bello di questa vita.

Nello scrivere l’ultima frase mi viene in mente naturalmente lei, ma non solo. Ogni respiro è vita ed ogni respiro deve essere felicità, anche se siamo presi dalla tristezza o da altri sentimenti.

Mi alzo incrociando il suo sguardo, le nostre gambe sono incrociate, l’abbraccio e sento il suo sapore buono ed autentico.

Vado a lavorare tra i bombardamenti telefonici e qualche responsabilità di troppo, che volente o nolente devo assumere.

Il pranzo dai nonni vola via, o è semplicemente la mente che stacca. Cosa mai si dovrebbe dire ad uomo vecchio e stanco, con un respiro affannoso e ansimante che ci dice che gli stupri sono di chi se li cerca, che le donne dovrebbero rimanere a casa la sera, cosa posso rispondere …

Non c’è risposta per un muro incapace di ascoltare.

Vorrei un mondo libero, una società dove le persone si rispettino. Siamo lontani, abbiamo fatto molti passi indietro come esseri umani, ma la voglia di lottare c’è, e persone che ancora credono nella solidarietà e nel rispetto non mancano.

No, noi non cederemo.


Day one

Day one. Non mi alzo bene.

Accarezzo il lato vuoto del letto. Neanche il cuscino riempie lo spazio ormai.

Non sogno da molto tempo, a parte sprazzi di pensieri ed umori che mi accompagnano poi tutta la giornata.

Provo ad alzarmi e non ce la faccio, arrivando tardi al lavoro, ma non fa niente.

Non è stata una notte insonne, ma sento di aver lasciato dietro di me cose non dette.

Manca molto il suo respiro, le sue braccia che mi abbracciano, i suoi piedini  che mi cercano e sopratutto i suoi occhi e la sua nuca.

Vado a ritroso e mi guardo allo specchio.

Il lago mi ha messo il malumore, e la pioggia che cade fuori non aiuta a sollevare l’umore.

Chiudo gli occhi e mi rendo conto di aver pero la connessione con parte di questo mondo. Non mi dispiace, ma sono dispiaciuto. Mi accingo a cercare i vestiti, gli stessi di ieri, quelli che portano ancora il suo odore.

Mi calmo e respiro.

C’è aria e quindi c’è vita.

Sebbene in sospeso mi riconnetto disconnettendomi.

 


Coming soon

Eccomi qua. Sto tornando, non disperate e sopratutto non disperare.

Non so bene dove ero finito. Chi mi conosce lo sa: a volte scompaio, mi perdo e poi riappaio.

Mi piace perdermi, è un vero talento. Mi da la possibilità di vedere cose e conoscere persone interessanti e, sopratutto, mi da modo di scoprirmi.

L’organizzata disorganizzazione che mi caratterizza inoltre ci mette il carico.

Dove stavo andando neanche lo ricordo, ma ho trovato una strada nuova, molto carina.

E perché no, mi lascio trasportare ancora alla deriva, ed ancora, ed ancora … sarà questa la mia rotta ?!?


Sans papiers

Sogni soavi

in mari calmi

approdo senza fine

implodo tra passato e futuro

e sono qui,

nuovo

lenti valzer in nuotate lente

assenti le note non rimangono che sospiri

echi del vento in direzione miste

non mi perdo, ma nuoto

 

senza fini e senza correnti

cercatore di anime tra nuvole scure

brucio dante ed esalto il Maestro

 

 

Chiudi gli occhi un attimo

sogno di infante tra realtà invocate

gioco con l’azzurro e il padre eterno

 

realtà stonate

tra mondi in differita

 

 

tra i non ami

tra i non desideri

tra il volere e l’essere

perso nel lungo giardino

tracce di ombre

senza soli pallidi

 

combattimento OSTINATO TRA SALICI RIDENTI

 

Scende altra nebbia dalle colline.

 

ma io sono al mare

e sono mare

 

 


Primo porco dato alle perle

Primo porco dato alle perle

“Se stanno insieme e lui  non l’abbraccia, semplicemente non se la merita. E me la prendo io”.


Cara amica mia

Cara amica mia,

come stai ?

Ho ufficialmente cessato la ricerca della lettera che mi hai consegnato questo pomeriggio. Che persona distratta che sono. Neanche 5 km. e l’ho persa, ma non fa niente. Tanto le cose non abbiamo mai faticato a dircele e fortunatamente ultimamente ci vediamo abbastanza. Quanto cazzo mi sei mancata quando eravamo via. Che belle strade che abbiamo percorso, sia insieme che separati.

Rob questa settimana ha consigliato di scrivere una lettera alla persona che più stimi. Ed eccomi qua, a rispondere ad una lettera che non ho fatto in tempo a leggere (davanti a quei fighetti di T.U.A. se mi commuovevo era la fine ), a scrivere a te, la persona che oggettivamente più stimo.

Grazie, non so cosa altro dire. Per ieri, per oggi e per tutte quelle cazzo di frazioni di secondo con le quali tu, come gli altri, rendete questa strana esistenza praticamente perfetta e sempre sorprendente.

Quanto vali spero di avertelo sempre fatto notare, ma sappi che mi ostinerò sempre a spingerti oltre ogni tuo limite, perché so che sei una persona unica e so di quello che sei capace.

Altri bla, bla, bla li lascio al vento. Non servono.

Semplicemente grazie, per ieri, oggi e quel domani così vicino che si sa, ormai noto … TAVERNA DI BOBO.

Ti voglio bene Sa.

Un bacione

 

Kri


Diario del saccheggio, film documentario di denuncia sulla crisi Argentina organizzata


Day one

Day one; tutto liscio.

Non mi (c’) ero svegliato con questa idea, tipo: “Yeah, oggi è il day one”.

In verità ieri era la giornata del sonno, peccato non averne approfittato, ma avevo cose può importanti da fare.

Quanto mi manca il sonno, lungo ed in buona compagnia. Assai. Tornerà anche quel tempo, ma per ora va bene così.

Ho vissuto molti day one in questi anni. Ci sono stati day two, three, mesi, forse un anno continuo, non lo so.

Alla fine ci si ritrova lì, come al solito.

Si parte piano come sempre, ma la foga e le illusioni non cambiano. Un giocatore è sempre un giocatore.

Si gioca per rabbia, per frustrazione, per alienarsi, e specialmente per punirsi. Di cosa ? Bella domanda, di volta in volta si deve distinguere. Cosa mi sta portando lì e cosa c’è sull’altro binario. L’alternativa.

C’è una regola base comune. Un ludopatico non gioca per vincere. Si gioca per perdere, finché non è tutto esaurito, finché non si tocca il fondo, e si decide si continuare a scavare o provare a guardare in alto. Non si gioca mai per divertimento.

Ieri era un day one. Oggi sarà un day two ?

 

 

 

 


Domanda della mattina – Le strane vie della tecnologia

emblematico


Spiaggia dorata in ricordo senza numerazione

Chiudo gli occhi, ma è solo una cazzata stilistica.

Alla fine mi ritrovo lì. Passaggio in India con la testa tra raggi di sole in una spiaggia benedetta.

Camminiamo a ritroso. Pochi momenti veloci, senza disturbare. Non ho abbastanza parole per descrivere la grazia del momento.

Io sono lì, anche la mente e il corpo altrove.

Potessi cancellare qualche orma come faceva il mare con i nostri passi … non so se lo farei. Mi sarei già scordato come ci eravamo finiti lì.

Se non avessi paure così traballanti ed infondate, chiamerei quasi questo passaggio come Omaggio a Lt e al sua fantastica uniforme.

Ma a cosa servirebbe un po di polvere se non sporcare la danza di un angelo.


A loro che sono li – pezzo di ricordo n. 123

La Pammukale Univeristy non è molto lontano dalla casa in cui vivevo. Denizli è una città molto brutta esteticamente. Se non la vivi in a local mode, non ne capisci lo spirito. Per raggiungere l’ateneo si attraversa il caotico centro, le scuole coraniche e gli ipermercati affollati.

Si passa tra turchi e curdi, che si confondo in mille bellezze sociologiche, tra i venditori di tappetti e quelli che aspettano, sigaretta sempre in bocca, il loro turno.

Lungo la strada si scopre la Turchia, con tutte le sue bellezze e la sua storia, ma poi ci si ferma qui.

Agli arresti degli accademici, ai ricercatori impegnati nella ricerca della verità storica, a tutte e tutti coloro sono li. A voi, sempre il mio pensiero.

 

http://bianet.org/english/human-rights/177780-39-academics-arrested-in-denizli


Un po felici, ad ogni costo

La cazzata è voler essere felice ad ogni costo ?

Bell’incipit. Vedete quel punto di domanda lì sopra ? Bene.

C’ho pensato un po prima di batterlo.

Io sono felice, premetto.

Non stupidamente felice come alcuni, ma sono una persona felice. In molti, compreso un qualche Io, affermerebbero il contrario.

C’ho messo un po a: tornarci ? Diventarci ? Per ora, esserlo.

In fondo si è felici anche quando si è anche un po tristi. La dottoressa mi guarderebbe un po strano. Essere felici e tristi, non si può, ma un po e un po secondo me non guasta.

Io sono felice. Ho deciso così prima che altri decidessero per me. Ci sono persone e situazioni che quando ti ci imbatti ti sconvolgono, nel bene e nel male. Ci si arricchisce sia con la gioia, sia con il dolore.

Chissà qual’è il segreto per essere sempre felici ? Forse è meglio non saperlo.

Forse è bene saper riconoscere l’attimo che ci rende felici, quanto quello che ci rende tristi, e saper anche un po giocare con queste due direzioni.

E voi siete felici ?


E si riparte da qui

E’ paradossale e senza dubbio sciocco: attendersi.

Ciao a tutte a tutti,

è tanto che non ci sentiamo. Ero andata in vacanza ? Magari. Ero pigro, disattento e mancavo di voglia.

Questo rischia di essere un lungo, lungo post. Mi spaventerebbe comunque di più se fosse corto.

Negli ultimi mesi sono stati un po confusi. Vita privata, pubblica, lavoro, e tanti bla bla bla, mi sono caduti addosso come non li aspettavo.

Io sono un bugiardo. Sapevo che arrivavano e quindi li stavo aspettando. Non mi aspettavo che venisse tutto insieme, ma si sa: succede.

Ero in crisi ? Forse. Forse lo sono da anni. O forse no ? Sono confuso ? Non lo so.

Quello che so è che sono abituato. Io sono molto bravo ad abituarmi.

Sono anche bravo a crearmi scuse, patemi ed anche a fare le cozze.

Se capitate per S. Benedetto del Tronto fatevi sentire. Alla mia tavola c’è posto per tutti.

Ho decisamente fatto un passo avanti. Ora so che non abito più lì o di là. La mia casa ora è qui, per lo meno finché dura. Per quasi un decennio la mia casa è stata dove dimoravano le persone che amavo. Col tempo ho capito che era solo una illusione. Ora ognuno ha una casa e bisogna fottutamente riconoscerlo: passati i trenta sei decisamente cresciuta/o.

Il primo Settembre vado in ferie. Non mi sembra vero. Ho veramente voglia di staccare e di ricompormi. C’è bisogno di calma e silenzio, come di frastuono e tempesta per ricomporsi. Li attendevo da tempo ed ora li sento in fermento dentro me. Anche se sono stanco.

Stanco è l’aggettivo che uso più spesso parlando di me stesso ultimamente. E’ vero, lo sono. Per questo aspetto che qualcosa cambi, perché sono stanco. Cos’altro posso fare ? Mi sono guardato dentro abbastanza bene ultimamente, e sinceramente ho fatto capolino anche fuori.

Ero un drogato di vita ed oggi che non sono io, ancora mento. Aspetto le ferie per cambiare. Penso di tagliare i capelli, per dimostrare che tutto è cambiato. Bugie ?

Quasi perché oggi ho deciso che qui si cambia e si riparte. da dove ? Da qui:

Sono storto, ma in fondo rende bene la situazione.

In questo frangente di secondo che avrete letto la frase sopra e visto la foto, io mi sono fatto uno spinellino e continuo a ragionare. Pensate come è ardua la vita di scrive.

Scherzi  parte, riparto da qui, dal mio blog, e lo faccio ora.un’altra vocina del cervello continua con “si, si … bla bla bla, fatti amico mio non pugnette”.

Vedremo. Mi sono posto molti obiettivi e vorrei raggiungerli, ma come dice l’ottima amica Francesca un passo alla volta.

Il primo è tornare ad abitare in un ambiente sano e positivo. Casa puzza. Sono in cucina seriamente disturbato dalla puzza, e poichè ho buttato l’immondizia un paio di ore e fa ed ho fatto una doccia un paio di ore fa, mi domando da dove provenga,

Vi sembrerò un lurido, ma lo stato delle cose questa volta è dovuto ad un’amabile e costante compagnia che nelle ultime settimane si è impadronita di casa. Mi ero un pò stancato a stare solo. Ora che sto solo però, posso ripartire.

Iniziamo dai posacenere.  A casa ne ho tre e sono fottutamente pieni. Da qui il passo è breve: far scomparire tutto il vetro e la carta che c’è in giro.

L’operazione richiede molto meno tempo di quello che avevo stimato. Quando si pulisce, anche se ci si riduce a farlo alle 21:24 di Domenica sera, è quello che scopri. Io ad esempio ho trovato un bel biscotto.

Mentre mangio il buon biscotto mi rendo conto che vi sto annoiando, e forse mi sto annoiando anche io, e di lavoro ce ne è veramente tanto. Per ora basta così.

Non taglierò i capelli, né aspetterò le ferie per ricompormi.

Non ti preoccupare, sto tornando.


Refresh — Tratti e spunti

Illustrazione – #illustrazionidapasseggio

via Refresh — Tratti e spunti


Nel dubbio, io scrivo: Lust for life di Iggy Pop (1977)

Stasera ho un dubbio amletico: è preferibile che quando ascolto un bel album e decido di pubblicare da youtube su questo vanesio blog, inserisco il link delle canzoni o quello dell’intero album. Bella domanda …

Qualcuno penerà che sono matto, qualcun altro ne sarà già convinto, ma queste cose mi mandano pazzo. Nel dubbio io scrivo, per lo meno per questo piacere che ancora mi sostiene.

Amo questo blog. E’ legato ad un persona importante, poi scomparsa nei meandri del web. Una storia lunga, ma non una storia sbagliata.

Oggi questo blog è una parte importane di quello che sono. Poesie, cazzate, poesie-cazzate, musica bella, recensioni. L’ho sempre curato con attenzione.

Avrei voluto ribattezzarlo a Settembre diario olandese, ma questa storia ha già un finale, ed io vorrei scrivere qualche capitolo nuovo.

Sarà ora ?

Nel dubbio, io scrivo.

P.S. Per le coraggiose e i coraggiosi che abbiano continuato la lettura sin qui, sappiate che ho anche deciso di mettere sia album, sia canzoni. Ci tengo a questo blog 🙂


Sarajevo centro del mondo: diario di un trasloco di Dzevad Karahasan

Incomincio questa recensione con una brutta confessione: non riuscirò a scrivere una bella recensione di questo magnifico libro. Non sono concentrato e da molto mi dilungo, e non voglio che a rimetterci sia proprio Sarajevo centro del mondo di Dzevad Karahasan.

Come ogni volta che finisco  di leggere un libro su Sarajevo me lo ripropongo: il prossimo viaggio vado a Sarajevo. Ne ho letti molti negli ultimi anni, in particolare incentrati sull’ultimo conflitto e sull’assedio, che l’ha torturata per quattro lunghi inverni.

L’Inverno deve essere stata la stagione peggiore, con il freddo e la puzza della fame e dei morti che sovrastava l’odore dei pini delle sue montagne.

Sarajevo per me non è solo un’idea fissa, ma anche un sogno, una sorta di promessa di universalismo mancata.

Questo libro colpisce molto per la dimensione che racconta, tracciata tra letteratura e realtà, identità e divisioni.

La Sarajevo raccontata è un microcosmo dove piano a piano viene a mancare tutto, e sopratutto quello che nei decenni è divenuta la sua vera anima: la sua gente.

Karahasan testimonia di come la follia del disordine civile colpìsca selettivamente i luoghi della cultura per annientare il volto di una città unica.

E il lento esilio dei suoi cittadini verso altre terre e la discesa silenziosa di un paradiso ferito a morte.

 


Eh già …

Eh già direbbe il Vasco. Sono ancora qua, ma in verità forse no. Anzi, no.

Con l’anima sono già via. Vi vorrei raccontare molte cose, ma ultimalmente non sono riuscito a scrivere molto. Mi è mancato:

  1. Tempo;
  2. Voglia;
  3. Lei

E’ bello riuscire a fare sempre classifiche: io le adoro. Gli anni 90 erano una figata, anche se la gente li ignora.

Ho preso molte decisioni nell’ultimo periodo. Per me, per altri, per altri ancora. E vedo un po di luce, non manca neanche più l’aria.

A breve vi racconterò che succede, così, per fare due chiacchiere. Qualche consiglio fa sempre comodo.

Eh già …


Due pagine di rabbia e gioia

Ho scritto. Era molto che non mi capitava di buttare giù qualche riga, ma lo voglio scrivere così.

HO SCRITTO !!! HO SCRITTO !!! HO SCRITTO !!! HO SCRIIITTOOOO !!!

Due pagine, una miseria tecnicamente, ma non scrivevo qualcosa di sentito da tempo.

Ho scritto per rabbia, per frustrazione, ma anche con amore e dedizione.

Ho scritto perché mi sono sentito.

Riuscissi a guidare sotto una galleria o su un ponte, o a sognare …

Sarebbe la giornata luminosa che da tanto aspetto


Eppur si muove

Ad un certo punto torno indietro: giusto per non scoppiare.

Questa volta invece che farlo con fisico e mente, lo faccio solo con le parole.

Parole e parole, un misto tra un bel bla bla e qualcosa di ancor più incomprensibile.

E’ tardi e non ce la faccio a raccontarti tutto quello che mi passa nella testa.

Mi viene in mente solo una frase: “Eppur si muove …”.

Buona notte.


Ci sono bambini a zig-zag di David Grossman

Fantastico.

Lo inizio così questo articolo, sebbene mi sarebbe piaciuto dire: “complimenti e senza rimpianto signor Grossman, alla prossima volta”, ma fantastico è un complimento che ben merita questo libro.

Ci sono bambini a zig-zag di David Grossman.

 

Quando si legge un bel libro spesso si rimane con l’amaro in bocca quando si arriva alla fine. Talvolta ci piacerebbe che continuasse; altre volte invece no, … quella fine proprio no

Questo libro invece è una esperienza intensa, una vera esperienza, come un viaggio lontano. La storia è ambientata nella laicissima terra di Israele. La trama rapisce e cresce assieme alla curiosità del lettore come la curiosità che si accende piano piano nel piccolo Nono, indiscusso protagonista di questa storia.

Nono ha 13 anni e a breve compirà il Barnizbah (o come diamine di scrive ovvero così :bar mitzvah) e diventerà un uomo. Nono è figlio del più tosto ispettore della sacra e pacifica Repubblica Di Israele, ma è anche un tipo un po così.

Senza svelarvi troppo, posso comunque anticiparvi una cosa: Nono è davvero un bambino a zigzag.

E come farebbe altrimenti ad avere una famiglia così speciale da regalargli per il suo tredicesimo compleanno una fantastica avventura, che lo vedrà immischiato con il più grande ladro di tutta la quieta terra di Israele, il famigerato Felix, ma anche con la famosissima attrice Lola.

Una storia che sorprende tra colpi di scena e forti sentimenti, che faranno di un bambino se non un uomo, per lo meno una ragazzo.

Cos’altro aggiungere senza togliervi il gusto di questa lettura ?

Ah si:  “complimenti e senza rimpianto signor Grossman, alla prossima volta”.


Non categorizzato

Ci siamo, credo.

Come talvolta capita è ora di fare i conti.

Sono n gran disordinato e non sarà semplice.

All’inizio di quest’anno avevo deciso di scrivere un po di me  e su quello che mi passa nella testa durante la giornata.

Ennesimo obiettivo mancato.

Il primo dell’anno ero con la mia ex-ragazza, Linda: se non c’era lei penso che me ne sarei stato solo da qualche parte.

In questo momento l’unica cosa che mi preme in verità è di rullarmi n’altra canna, mettermi sul letto e leggermi un pò di Kobane Calling di Zero Assoluto.

Eppure sto qua.

Così mi rimane di questa giornata ? Non lo so.

Sicuramente la certezza che i temporali capitano, ma che raramente il meteo ci prende.

Per stasera mi fermo qui. Ho molto che fermenta dentro e sono molto stanco.

Che forse proprio Zero Calcare mi darà la forza …


Janis Joplin – Down On Me


Lali Lali Puna – (this is) The story of Evan and Channa


Johnny Cash – Can’t Help But Wonder Where I’m Bound


Nice to meet you … — Tratti e spunti

Illustrazione – #illustrazionidapasseggio

via Nice to meet you … — Tratti e spunti


La notte vanno in giro i matti …

Mio nonno mi ripeteva sempre, “attento che la notte vanno in giro i matti” e ciò che successe quella sera, ve lo dimostrerà.

Ero nel mio studio a lavorare a un saggio, quando sentii dalla casa accanto quell’ormai troppo familiare pendolo, il gong delle tre, invadente ospite di uno spazio che per legittimo diritto, era solo mio. Mi rimisi a lavorare trionfate. Il prossimo appuntamento era per le sei di mattina, ma a quell’ora io già avrei dormito. A un dato momento un rumore simile allo scricchiolio del ghiaccio in frantumi mi fece sobbalzare. Io glielo avevo sempre detto a quell’angelo che sonnecchia lì sul divano, che quell’adorabile micino su cui lei aveva così insistito, proprio, non era una buona idea. La mia allergia mi obbligava a non farlo entrare, ma il suo miagolio, tanto dolce quanto quello della mia sposa mi convinceva sempre che qualche starnuto non mi avrebbe certo ucciso. Dopo quella sera non ne sono stato più molto convinto.

Il suono sembrava provenire dalla camera degli ospiti la stessa che dava sul giardino interno. Cherry come ogni brava attrice esigeva l’entrata principale, quindi andai verso il portone, ma un piccolo tonfo mi confermò che era la direzione sbagliata. Percorso il piccolo corridoio che portava alla stanza, cercai di aprire la porta, ma era chiusa a chiave. La chiave la chiave, pensai, dove sarà? L’aveva messa via Gabrielle per timore che Emir si intrufolasse dentro a giocare, ma svegliarla non mi sembrò opportuno. Tornai all’entrata e aprii la porta chiamando invano Cherry. Bene, se la signorina vuole fare la difficile, non resta che accontentarla, pensai, si sa come sono fatti i gatti. Stavo per avanzare quando un’ombra apparve dal niente sferrandomi un calcio, che mi scaraventò all’interno della casa. Mi mancava il respiro e mi veniva da vomitare, ma l’ennesimo calcio questa volta in pieno viso inverosimilmente mi riportò alla lucidità. Dinanzi a me c’era un omuncolo con il viso nascosto da un passamontagna nero e un revolver nella mano. Cercai di rialzarmi, ma ricevetti un altro colpo in faccia con il calcio della pistola. Sentii il sangue scendere caldo dal labbro inferiore fin sul collo e il suo tepore mi ricordò che ero vivo e che non ero l’unico in casa. Non tentai di rialzarmi. Dalla porta si affacciò Gabrielle che vedendomi a terra e insanguinato trattenne un sussulto per precipitarsi a soccorrermi. Non feci in tempo ad avvisarla che quel vile l’aveva già bloccata, mentre con un ghigno da vincitore godeva della sua posizione. C’è qualcun altro in casa ? chiese con una voce severa, che mi sembrò da subito molto familiare. No, risposi, il bimbo è dai nonni. Gabrielle fu scaraventata a terra con violenza e si raccolse nelle mie braccia. Quel maledetto era lui, l’avrei riconosciuto tra mille. Ora puoi levarti quella roba, gli dissi guardandolo negli occhi. Il suo ghigno si fece più aspro. Fece per alzare la pistola, prima la puntò su di me, poi su Gabrielle. Lei non c’entra niente con questa storia, noi, non c’entriamo niente con la tua storia. Scoppiò in una patetica risata. Luca, lo chiamai, togliti la maschera. Questa volta il richiamo ebbe il giusto effetto e a tale richiesta acconsentì. Che cosa vuoi Luca?

Incominciò a sghignazzare: “Cosa vuoi Luca, oddio cosa vuoi, io non c’entro niente. Smettila di piagnucolare! Sei stato questo tutta la vita una pappamolla, uno che non meritava niente e ha avuto tutto, uno che non ha mai fatto niente, un viziato, un pezzente”. Luca, provai a dire, ma il suo viso e il tremito che accompagnava la mano con cui reggeva l’arma mi spaventarono e preferii tacere. Non sei mai stato niente, non sei mai stato niente, ripeteva e nel farlo si spostava da una parte all’altra dell’atrio. Se qualcuno mi ha visto sono fregato. Andiamo nella sala, forza muovetemi, tuonò. Provammo ad alzarci ma ci fu ordinato di strisciare. Nel farlo non smettevo di fissare Gabrielle bella, innocente, pura come il giorno che l’avevo incontrata e in pericolo a causa mia. Sentii improvvisamente una forte puntura sul polpaccio, la testa fu un mantra di vertigini e il resto oscurità. Quando aprii gli occhi, la prima cosa che vidi fu Gabrielle, legata a una sedia con gli occhi fissi su di me. Sembrava morta. Provai a gridare, ma le mie labbra erano state sigillate con del nastro adesivo. Sentivo lacrime di rabbia venire fuori dal cuore, la mente e gli occhi non smettevano di cercarlo. Dove sei maledetto, dove sei carogna?

Sono qui, disse e quasi leggendomi nella mente continuò:

Non è morta, stai tranquillo. E’ solo sotto Franton, una droga che ti spegne, e si sfinì in una risata che aveva qualcosa di compassionevole. Ce la davano sempre all’istituto, a quella prigione di merda dove tu, tu mi hai mandato. Te lo ricordi vero ? te lo ricordi di quando eravamo amici? Lo sai che non eri nessuno e non lo sei neanche ora. Il giornalista d’assalto voleva fare, il grande reporter. E alla fine lo sei diventato no? Guarda questa casa, questi vasi. Chissà dove li avrai presi, chissà quando varranno. E lo sai chi lo ha pagato il tuo successo? Io. Mio fratello. Tutta la mia famiglia. Te l’avrei fatta pagare, te l’avrei fatta pagare subito. Avrei ucciso tutta la tua famiglia, ma no: tu non ce l’hai una famiglia. Stava per scoppiare e, infatti, frantumò due mensole, dove c’erano le foto di Emir, Gabrielle e me. Lo vidi raccogliere una cornice dorata “Che bel bambino che hai. Forse andrò da lui quando avrò terminato qui. Lo sai che succederà non è vero? Per prima cosa farò tante cose brutte alla tua bella mogliettina. Poi quando sarai sfinito, incomincerò con te. Assaporerai quello che ho vissuto tutta la vita, la frusta, le bruciature, le minacce e poi, oh si, e poi vedrai la cura. Non vedi come sono guarito, non vedi come è in forma il tuo amico? Un’altra risata interruppe l’azione. Dovevo muovermi. Mi ero sbagliato, la sua mente c’era: l’animo che cova vendetta è lucida, e guidato dalla passione arriva al suo obiettivo per quanto crudele possa essere. Mi tolse il nastro, fissandomi da vicino. Non reagii e questo parve tranquillizzarlo un po’. Osservai Gabrielle, aveva ripreso colore, ma era ancora svenuta. Ascolta, dissi senza guardarlo negli occhi, voglio proporti una cosa? Luca mi puntò la pistola in faccia, ribolliva di rabbia e balbettava ttttu tu propropro pponi. Io sono l’unico responsabile per ciò che è successo. Solo io. Non c’entra mia moglie, non c’entra mio figlio. Che cosa farai dopo tutto questo? Che cosa farai quando … si scaraventò su di me colpendo alla rinfusa … c’è una sega elettrica nello scantinato, urlai, c’è una sega nello scantinato. Luca si bloccò e con l’aria di Dio stampata in fronte, si sedette in posa di ascolto.  “Cosa farai uscito di qua? Sarai un ricercato, non hai soldi, non hai niente. Di sotto c’è la cassa forte. C’è dentro tutto quello che ho/ Quant’è/ Non lo so, non conto mai i soldi, ma è tanto, prendilo, la chiave è lì nel cassetto. La prese dove effettivamente era. Ora ascolta, vuoi vendetta, bene. Prendi me. Sotto c’è una sega a nastro. Fammi vivere ciò che ha sofferto tuo fratello, pezzo per pezzo. Pensai di aver esagerato, attesi la reazione, ma lo vidi fissarmi mentre un pavido sorriso apparse sul suo volto. E’ un pensiero stupendo, ma tu devi pagare per i tuoi crimini, per tre vite/Io pago per la vita di tuo fratello/ E la vita di mia madre, e la vita di mio padre. Chi pagherà per le loro vite?!?/ Non loro Come puoi pretendere di incolpare qualcuno per la morte di tuo padre. Era un alcolista, un manesco, te lo ricordi/Beveva per la morte di mio fratello/Luca non mentire. L’ha sempre fatto, ne hai sempre portato i segni. E’ morto com’è sempre vissuto, ubriaco sbattendo contro un muro. E mia madre, cosa aveva fatto mia madre. Lo sai cosa ha fatto mia madre? Si è tolta la vita, si è tolta la vita perché mio padre era morto e mio fratello era morto e tu l’hai ucciso. Luca sembrò esplodere quando qualcuno bussò al muro. I vicini, i vicini, ansimai. Luca fece cenno di stare zitto. Forse hai ragione mi disse, per ora faccio in tempo a pensare a te. Muoviti, fai gli omaggi. Avevo la pistola puntata alla schiena e feci strada fino al rustico. Siediti, mi fu ordinato. Eseguii notando una valigetta nelle mani di Luca che fino ad ora non avevo visto. Luca mi legò le braccia, lasciandomi le gambe libere. Aprì la valigetta estraendone un liquido rosso che m’iniettò nella coscia. Pochi secondi dopo sentii le gambe fredde, morte e a un tratto mi venne un rigurgito. Luca sorrise e prese a pulirmi con un fazzoletto dicendo: “succedeva a tutti nella camera la prima volta. Loro dicevano che vedere le tue gambe schizzare qua e la ti addrizza, se non ti spezza”. Luca posò il fazzoletto e prese la cintura. I colpi furono veloci, andava tutto troppo veloce, avevo bisogno di tempo, avevo bisogno che Gabriele si svegliasse. “Lo sai che Sante andava punito?”. Non nominare il nome di mio fratello, bastardo – e nel colpirmi assaggiai la ferocia, che anni di soprusi avevano prodotto. Più mi colpiva più il mio corpo s’indolenziva. “Sante sbagliava Luca, Sante era un mostro, sai cosa ha fatto”. “Sante la amava, Sante la voleva proteggere, Sante ci amava”. “Luca avevate la stessa età tu e lei, avevate dodici anni. Sante la ricattava con la droga, la vendeva ai suoi amici. Dovevamo fermarlo”. “Mi hai riempito la testa di menzogne, mi hai detto che Sante era il diavolo, che dovevamo dirlo ai grandi”. “E così è stato e così doveva essere. Ciò che è poi successo non sono fatti che mi riguardano”. I suoi occhi dichiararono che l’ora era giunta. Estrasse dalla valigetta una piccola ascia e sorrise. “Pensavi che fossi così stupido da accendere la sega in piena notte. Io non sono stupido come te, ma la tua idea di farti soffrire le pene di sante mi è piaciuta. Finito con te, andrò da tua moglie e la ucciderò. Non fare quegli occhi, sarà una morta veloce e indolore. Farò finta che si sarà suicidata dopo averti fatto a pezzi. Tutti penseranno che è la fine che si merita un tipo strano come te. Sei sempre stato strano. Ricordi, ti piaceva studiare, andavi sempre a scuola, non venivi mai con noi. Non eri uno di noi. Ti piacevano i ragazzi che le suore chiamavano per bene. Noi non eravamo abbastanza per bene per te. Ma oggi è la tua fine, oggi vivrai il dolore di Sante !”. Chiusi gli occhi nello steso momento in cui un sibilo annunciava l’inizio della fine, ma un suono sordo e rozzo interruppe le mie grida. Aprii gli occhi e vidi Gabrielle lottare, il mio giglio che diventava furia e la stessa che si tramutava in odio. Luca perdeva sangue dal capo, ma ebbe la meglio. Con un pugno nel ventre guadagnò lo spazio necessario per scaraventarla a terra. “Lurida vacca” esclamò “morirete insieme, morirete come animali. Vi sparerò, vi ucciderò entrambi e poi verrà il turno di vostro figlio, dov’è la pistola ?”. No, gridò Gabriele, ma un colpo secco segnò la fine dei giochi.

La polizia giunse un quarto d’ora dopo seguita dall’ambulanza e da una pattuglia dei carabinieri. Un giornalista del luogo avvisato dell’accaduto riportò la notizia in prima pagina allegandoci le foto di Emir, di Gabriele e del sottoscritto e titolandolo: famiglia presa in ostaggio: il ragazzino salva mamma e papà.

Quella stessa mattina ci ritrovammo al tavolo a fare colazione. Gabriele decise che dovevamo parlare a Emir. Lo facemmo perché era spaventato. Lo facemmo perché il suono di una pistola non dovrebbe essere musica per un undicenne. Gli spiegammo perché era così importante averlo nascosto. Gli spiegammo quanto lui fosse importante per noi. Lo ringraziammo tante di quelle volte, che ogni volta il suo sorrisino diventava ancora più timido. Mi chiese perché quell’uomo si era comportato così e non volli rispondere. Non volli rispondere affinché non odiasse Luca e la sua storia. Non dissi nulla nella vana speranza di proteggerlo ancora un po’ da un mondo che fa male, che nuoce, che ha perso la speranza in se stesso, perché come spieghi a un ragazzino tante storie insieme; come gli spieghi la droga, la violenza, l’immoralità dei pedofili, nonostante ora sia un uomo, ora che ha ucciso, ora che sa quale irrispettoso e fine limite c’e tra l’essere vivi e l’essere morti. Gli promisi che a tempo debito gli avrei raccontato la storia e gli chiesi di accontentarsi della stessa spiegazione cha alla sua età mio nonno mi aveva dato: “Perché la notte girano i matti”. Emir rise a crepapelle e guardandoci con Gabriele pensammo che per ora il discorso fosse chiuso e tale rimase per anni, e anni a venire.

 

 


Delfini di Banana Yoshimoto

Stare dietro a Banana per un lettore è davvero una missione difficile: una autrice sempre spontanea e produttiva, ambasciatrice di sentimenti e umori, che nell’ultimo libro che ho letto di lei, Delfini, riesce a spiazzare chi legge per la carica psico-sentimentale che contiene. Delfini è la storia di una scrittice, in bilico tra le necessità che l’età richiede e il forte bisogno di pace e tranquillità, elemento costante nelle opere di Banana Yoshimoto. La storia incomincia a Tokyo, la caotica e viva metropoli, nella quale incontra un giorno un bel giovane, con cui vive una relazione intima, per poi ritirarsi in un tempio, dove era stata chiamata ad aiutare una amica. E qui che i sentimenti, le parole e le tante inceretezze prendono piede e da qui, una volta scoperta la propria gravidanza, inizia un viaggio interiore che porta la protagonista a quel confronto decisivo con se stessa.

Un libro che consiglierei ad ogni uomo per imparare quali sentimenti si accendono nel cuore di una donna in quel preciso momento. Quale, vi state chiedendo. Andatelo a scoprire.


Dispacci Di Michael Herr

Ci riprovo.

Il primo articolo si è cancellato da solo e non ho voglia di ripartire col solito bla bla di sere e balene spiaggiate, che vi volevo proporre. Passiamo al sodo: Dispacci di Michael Herr.

dispacci

Questo libro avrei voluto leggerlo prima di vedere i due capolavori cinematografici sceneggiati in parte dall’autore, i quali attingono liberamente alle storie raccontate qui.

I film sono Apocalypse Now e Full Metal Jacket, e l’argomento principale del libro è naturalmente la guerra del Vietnam.

Michael Herr è un bel tipo.

Una scrittura onesta, attenta, mai scontata. Questo libro è anche la sua storia, o per lo più, il racconto del periodo che ha passato dal 1967 al 1969 come corrispondente militare in Vietnam.

Dopo decenni, la guerra del Vietnam, la fottuta guerra del Vietnam come la chiamava il tipo del FUCK di Forrest Gump, continua ad affascinare con le sue tragedie e i suoi orrori, con i suoi morti, i suoi stupri, le torture e le ingiustizie che lo hanno caratterizzato da entrambe le parti.

Probabilmente è stata la guerra più raccontata dalla storia, ma la testimonianza di Herr è molto forte. Il lettore ci si ritrova veramente dentro al conflitto, a seguito delle truppe americane e dei suoi repentini spostamenti.

La guerra raccontata è un insieme di storie di soldati, sensazioni ed umori, che mappano uno scenario surreale, in cui vittima e carnefice di perdono.

La penna di Herr riesce nonostante tutto ad essere a tratti ironica e a tratti cinica. Riporta la disperazione per chi non c’è più e per chi doveva esserci. Racconta i sentimenti verso i familiari lontani, l’odio/amore verso un nemico invisibile.

Testimonia un tempo passato, scorso via veloce, trascinando via con esso una intera generazione ed i loro sogni di pace.

Dispacci è un libro magnifico, una idea di lettura se ne avete tempo.

P.S. – Mi ero riproposto di scrivere l’inizio della recensione sempre con un “leggendo qua e la …” – E’ una cazzata, se lo faccio s-commentatemi.

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Pallina sullo 0 … e si ricomincia

Il mio gioco preferito da sempre è la roulette. Non è una bella cosa, ma neanche brutta.

In verità è molto curiosa.

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Io ci ho giocato per la prima volta all’età di 10-11 anni al bar vicino all’oratorio.

C’erano i video-poker, a cui sono arrivato poco tempo dopo: non capivo ancora il poker.

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Poi hanno tolto i video-poker perché non erano macchine mangia soldi, ma mangia vita. Li ho visti assorbire appartamenti, matrimoni, auto. Dignità.

Dopo sono arrivate le slot machine, il lotto il martedì, il giovedì, la domenica, ogni dieci minuti.

Potrei raccontarvi di come siamo tornati a capo rimettendo le banconote nel buco aspira-dignità. Probabilmente lo farò, ma non ora.

Come i miei amici ben sanno,io sono un giocatore compulsivo. Avrei voluto scrivere “io sono STATO un giocatore compulsivo”, ma ancora non ho capito se sia un vizio di natura, una inclinazione o una semplice droga che ti prende e non ti lascia più.

Due anni fa volevo aprire un blog su questa tema. In verità l’ho creato, ma non ho mai scritto un articolo. L’ho chiamato “Diario di un giocatore pentito o ibetonme”, ma sarebbe stata una cazzata.

Perché ? Facciamocelo spiegare dall’esperto:

Su questo video ci tornerò, un giorno.

Bello. Una versione molto addolcita, del tipo vasellina per non pensarci, ma in verità il giocatore, se non ha capacità di controllo, è una persona fallita e distruttrice, egoista al punto tale da riuscire a incenerire tutto e tutti coloro che ha attorno.

Io sono stato un buon giocatore. Fortunatamente non ho mai posseduto molto e non ho mai perso molto. Per colpa del gioco, però, spesso non ho avuto nulla di materiale e mi sono dovuto spesso improvvisare alla giornata.

Anche su questo ci tornerò.

Poco più di due anni fa, ovvero il fatidico 21 Dicembre 2013, dopo una attenta analisi personale, ho capito di essere un giocatore convulsivo, o qualcosa di simile. Io non sono un esperto in materia, ma ho avuto in questi trent’anni il piacere ( e qualche volta lo spiacere) di conoscermi.

Ho riflettuto per lungo tempo se smettere o no, del genere: seguo la mia natura o la mia coscienza ? La solita domanda che ogni tossico si pone per rimandare il momento, che fortunatamente arriva per tutti: quello dell’istinto di sopravvivenza.

In verità arriva per tutti, ma qualcuno è troppo coperto dalla nebbia per non vedere la luce di questo faro. E vaga alla deriva fino a morire, solo, nel niente.

Così ho fatto: due anni senza giocare, all’infuori di qualche bestia natalizia perché si sa; le tradizioni sono tradizioni. Come i tossici sono tossici.

(… credo che tornerò anche su questo)

Al termine di questi due anni ho voluto testarmi, tra mille dubbi, ma tanta curiosità. Per prima cosa ho giocato a poker. Io amo il poker e lo distingui bene dal gioco d’azzardo, tanto che non lo includerei nella “terapia”.

Poi ho alzato il tiro, su qualcosa che veramente non mi piace: lo sport.

Ho però scoperto che scommettere sullo sport è divertente, ma conoscendomi ho posto dei limiti precisi e imprescindibili: il limite deposito mensile a dieci euro. Ad ora … ho rispettato il patto, vincendo questa scommessa.

Io sono un masochista però, ed ho provato qualcosa per cui non sono mai impazzito (al contrario della popolazione di giocatori che alle 8.30 vanno a farsi la dose): i gratta e vinci. Brutte bestie, che però non mi hanno preso.

Anche se qualche decina di euro di troppo, in verità, me ne sono comprati. La negazione è l’arma più forte del tossico, ed anche se ho speso sicuramente molto meno della spesa  media italiana per questa attività, ho sentito un campanello d’allarme.

Nel frattempo sono successe molte cose, avvenimenti poco belli che mi hanno un po … stancato. Il tossico è bravo a trovare scuse, ne ha migliaia.

(Stilisticamente parlando, queste parti sul tossico starebbero bene in parentesi, ma vorrei veramente che abbiate la concezione come me che quell’individuo lì, è un tossico)

Alla fine ho alzato il tiro e l’ho fatto. Ho voluto provare per credere.

Ho vinto le slot due anni fa, e buttarci quei 5 euro non mi è sembrato un grave danno. Il compulsivo esce fuori dopo, nelle prossime 5, 10, 20, 50, 100, 200, 500 … serve se metto eccetera ?

L’eccetera è quando il portafoglio è vuoto e pensi al bancomat più vicino. Dipende dalla sere.

Come vi ho detto all’inizio il mio gioco preferito è la roulette. E’ il mio caos disordinato. Mi piace studiare i numeri che escono, il loro colore, pari-dispari, 1-18 vs. 19/36. E naturalmente il mio 11 nero.

Sulla roulette si gioca sulle statistiche e si guarda una mano lanciare la tua pallina su una ruota che gira in senso opposto. Qualche volta vinci e studi la prossima giocata. Qualche volta perdi e ripunti, correggendo.

L’errore più comune è non pensare allo 0.

Quando esce 0, le statistiche si annullano, passato e futuro hanno la stessa faccia del presente e giochi solo con il tuo istinto.

E il mio istinto stasera mi dice una cosa: 730 all’alba. Si ricomincia un’altra lotta.

Intanto ho deciso una cosa. Chiudo il blog del pentito ed inauguro una nuova pagina ( che dal mio schermo si chiama categoria):

Cara roulette, se non ci fossi tu …

 

 

 

 


Sonic Youth – Hits Of Sunshine (For Allen Ginsberg)


I 3 moschettieri di Dumas

Ciao !

Oggi ho l’immenso piacere di presentare a voi tutte a e voi tutti, un libro di cui sicuramente non avrete mai sentito parlare: I 3 moschettieri di Dumas.

i tre mosche

Simpatico come inizio, no ?!? Probabilmente no, ma sono sicuro che mi perdonerete.

Chissà che sarebbe stato passarci una giornata tra i due scribacchini, Padre e Figlio. Che penne !

Non so se avevo già letto questo libro. Molti amici ed alcune amiche mi hanno anche insultato:

  • Ancora i 3 moschettieri. A 30 anni ancora con questa roba …

E che ci volete fare … sarò strano, ma leggere questo libro è stato fantastico.

La storia è nota, sebbene il suo intreccio magari qualcuno non lo ricorda bene.

Che labirinto che si snoda tra queste pagine. Da Parigi a Londra, da Calais alle remote campagne francesi: una storia sempre nuova, piena di colpi di scena nel tempo in cui “i signori guerreggiavano fra loro; c’era il re che faceva guerra al Cardinale; c’era lo Spagnuolo che faceva guerra al Re. Poi, oltre queste guerre celate e pubbliche, segrete o palesi, c’erano i ladri, i mendicanti, gli Ugonotti, i lupi e i servi che facevano guerra a tutti“.

Ma questo non sarebbe abbastanza senza la grande personalità e il grande coraggio di uno degli eroi preferiti di tutti i tempi: il guascone D’Artagnan, che da una locanda di Meung in sella al cavalluccio di Bern. giunse a Parigi al cospetto del signor di Treville, comandante del corpo dei Moschettieri.

D_Artagnan

Fin dalla prima pagina il libro è esilarante, fatto di battute ed episodi divertenti, che coinvolgono sempre il povero D’Artagnan.

A causa della sua testa calda il giovane proprio non la smette di mettersi nei guai, che sembrano proprio viaggiare sulla sua stessa strada.

Infatti, nel mentre si avvia ad entrate nell’esercito di sua maestà (primo trampolino per vestire un giorno la sacra casacca da moschettiere) D’Artagnan si ritrova a sfidare a duello tre gentiluomini , gli stessi che lo prenderanno da li a poco sotto la loro ala per vivere un avventura fantastica e piena di sentimenti.

I loro nomi naturalmente sono Porto, Aramis ed Athos.

 

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L’attenzione con la quale Dumas accarezza i suoi personaggi, i caratteri e le particolarità è la capacità di creare un capolavoro eterno, che regala risa, fatti, storia, valori e sentimenti universali.

Leggere questo libro massiccio appassiona, invita alla lettura pagina dopo pagina, senza mai risparmiare niente al lettore.

Amore, odio, vitù, tradimenti: ogni sfaccettatura dell’animo umano si ritrova in questo ballo di anime eterno.

Un classico da leggere … o rileggere se ne avete tempo.

 

 


Memed il falco di Yasar Kemal

Come sia tornato tra le mie mani questo libro non lo so, ma dalla dedica iniziale alla fine è stato un piacere rileggerlo.

Memed il Falco di Yasar Kemal non è solo uno dei capolavori del 900′, ma è un classico della letteratura contemporanea turca.

Questo libro me lo regalò la mia compagna di allora, quando andai la prima volta a conoscere la sua famiglia in Turchia. Lo lessi con molto piacere, mentre mi avvicinavo a quel meraviglioso paese.

La storia, ambientata nell’antica regione del Tauro, narra del giovane Memed, detto il sottile, povero pastore dal cuore puro e fiero.

Le descrizioni dei paesaggi si alternano in spazi bucolici dove scorrono ruscelli e fiumi, che si perdono in boschi e montagne, dove vivono i ribelli.

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In molti recensioni che ho letto prima di scrivere questa “ennesima”recensione, si parla di un triangolo amoroso tra Memed, la giovane Hatce e un proprietario latifondista che, geloso dell’amore dei due, li costringe a fuggire lontani dai loro villaggi a causa della falsa accusa di banditi.

Secondo me questo triangolo non c’è perché la narrazione è incentrata sulla loro storia d’amore, tanto intensa quanto triste, con un finale che commuove e che solleva una forte rabbia contro le ingiustizie sociali. Altro che triangolo: nella vita di Memed c’è solo Hatce. Un triangolo è un gioco a tre, a cui spesso non tutti i protagonisti sanno di partecipare.

La figura di Memed, che da povero giovane diverrà Memed il Falco, è mitica: uomo noto ed onesto ribelle, onorato sia dalla popolazione, sia dai tanti altri ribelli che ogni giorno combattono con lui l’esercito regolarmente pagato dai latifondisti.

Sullo sfondo le condizioni miserevoli dei lavoratori, i sacrifici, come le tradizioni e le usanze di un paese dall’antica.

Memed è un combattente per i diritti dei più poveri, dei più sfortunati, ma è anche il difensore del vero amore. E’ il simbolo della resistenza, delle sollevazioni popolari in Anatolia, dell’audacia, del rispetto che si può provare verso l’altro.

Un finale triste per una storia che prosegue in un secondo romanzo, che ancora non ho letto.

Questo qui però, è sicuramente consigliato a tutti.

 


Barbara Allen

E mi ritrovo qui. Finalmente.

Avrei bisogno di scrivere un pò di più, ma non ho molto tempo.

Che casino questo tempo. Un’altalena. Questa settimana sono caduto e non c’era mamma a dirmi che andava tutto bene, a pulirmi i vestiti sporchi e a disinfettare le ginocchia graffiate.

Ma in fondo non è vero. C’era anche lei a terra e si è graffiata anche più di me.

Ad inizio anno mi ero fissato con l’idea di scrivere almeno un post al giorno, come facevo nel 2013.

In verità non l’ho fatto neanche nel 2013 e non ci riesco neanche nel 2016. Non sono mai stata una persona continuativa, ma in fondo penso di aver camminato sempre per una strada abbastanza dritta. Molte curve, qualche dosso, ma il viaggio finora non è andato così male.

Diversi anni fa, nella mia amata Turchia, sulla strada tra Dezinli ed Izmir ho rischiato  diversi incidenti a causa dell’autista, della strada e della guida folle su strade pazzesche e spesso inesistenti. Ho rischiato decenni di carcere andando in giro mentre fumavo dell’ottima canapa, che avevo comprato in un campo di gipsy, pattugliato dalla temuta gendarmeria e dall’esercito. Sempre su quella strada sono stato schiaffeggiato da un simpaticissimo imam con studenti a seguito perché stavo bevendo una lattina di birra in pubblico durante il Ramadan, alla faccia della famosa laicità dello stato Turco; sono stato ad una manifestazione pro Erdogan dove mi hanno pagato un taxi, regalato 2 lire turche e un sacco di patate per reggere la bandiera (ERDOGAN E’ L’ASSASSINO DEL POPOLO CURDO E DELLA TURCHIA); ecc;

Alla fine in cima ad un palazzo ho visto la fine della relazione con la mia fiamma di allora. Quei tempi sono lontani, ma sono un bel esempio di quello che sono stati questi anni. Quello che non capisco è se è cambiato il contenuto o solo forma. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta e sono felice che le diverse piene che si sono avvicendate non mi abbiano trascinato via.

Queste settimane sono state una esplosione di sentimenti: non riescono molto a distinguerli, quindi ancora li terrò con me, ma prima o poi mi sa che dovrete sorbirveli.

Sto incominciando a diventare palloso, credo, ma ti vorrei ringraziare, perchè ancora leggi il mio blog, chiunque tu sia e qualunque cosa tu stia pensando. Ti voglio ringraziare perchè sono giorni difficili e sapere che qualcuno legge questi miei pensieri mi fa piacere. Per me è importante. Grazie ancora.

 


Notte

Cristian,

sono fiero di te.


Madre Dignità di Moni Ovida

Dove cominciare ???

Bell’argomento la dignità. Se ne potrebbe parlare per miliardi di ore. Probabilmente l’hanno fatto, se no, non sarebbe cantata su quella tanto incantevole quanto deflorata carta che è la Dichiarazione Dei Diritti Umani.

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” (Art. 1)

Moni Ovida affronta questo argomento in questo libro con ragione e sentimento.

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Il volume mi ha preso subito dopo che lo sguardo mi è caduto su questa frase:

La dignità non è una qualità biologica dell’uomo. La dignità è fondamento dell’uomo, spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha insè qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso, perché solo rappresentando l’Assoluto, l’essere umano possiede ciò che chiamiamo dignità“(Albert Spaeeman)

Da qui mi sono buttato a capofitto nella lettura, pronto ad assorbirla. Tanti anni di scienze politiche ti abituano a leggere libri come questi: riflessioni intelligenti, veloci, abilmente costruite che spaziano dal personale all’universale.

L’università è però finita e questo è un altro mondo.

Uno in cui ti ritrovi a pensare a quelle brutte notizie sul lavoro che ti portano a domandarti dove è finita la dignità di questo mondo.

Io ho la fortuna di lavorare come operatore sociale con i richiedenti asilo. In tanti mesi ho visto questi ragazzi vivere questo territorio, amarlo ed odiarlo, viverlo come un nuovo mondo.

Ho visto anche cancellare le loro speranze, essere respinti in molti casi anche dove erano presenti le basi per il riconoscimento per la protezione internazionale. Ho sentito bugie e discorsi tipo:

  • Hai visto ? Oggi sono affogate trenta persone nell’Egeo. Per festeggiare mi faccio una crema di Whisky !
  • Che dici ? E’ peccato. C’erano anche dei bambini.
  • Ah si ?!? Allora due me ne faccio di bicchieri.

Poi le bugie, le menzogne, le disillusioni che vengono però cancellate ogni giorno da un nuovo sorriso: la vita va avanti, cazzo.

In questi giorni inoltre l’opinione pubblica è nettamente divisa sulla questione delle unioni civili, una questione di diritto, ma anche di dignità.

Una dignità fino ad oggi negata a tutte le coppie che si amano e che giustamente vogliono regolarizzare la propria vita insieme.

La dignità sottratta a tutte quelle figlie e a tutti quei figli a cui è stato negato il diritto ad una famiglia.

Il libro di Moni Ovida mi ha spinto a confrontarmi con questo, sebbene … non lo consiglierei, se non per una serie di interventi di persone comuni che dicono cosa è per loro oggi, la dignità.


Walter il Mago

Walter il Mago. Torna e se ne va in memoria.

Non sono impazzito non vi preoccupate. Sto facendo solo un po’ di pulizia  nel pc, partendo proprio con la musica.

L’ultima volta che ho ascoltato questa canzone deve essere stato almeno … due minuti fa. Altrimenti non starei a scrivervela no.

In verità è una canzone che ascoltavo tempo fa. Un po’ mi ci rivedo. Diciottenne con i capelli corti. Ero già UN fumatore incallito. Me ne andavo da tutte le parti con il mio pandino 750.

Quella macchina la sapeva lunga, un giorno ve la racconterò.

Oggi non mi viene molto bene di guidare e neanche di rilassarmi. In compenso, cerco di non farmi pesare queste due cose. Mi piace lavorare, mi piacciono i mezzi pubblici e mi piace perdere tempo leggendo. Un bel tris no ?

Ora però, voglio solo chiudere gli occhi, ascoltare questa musica di merda e ritornare un po’ là. Giusto per questi tre, quattro minuti, ma non ce la faccio.

Stazione radio sbagliata: il tempo se ne è andato.


Oggi recupero

Oggi recupero

perché le giornate non sono da buttare, come le promesse e la buccia del finocchio buona per la tisana.

Oggi recupero, alzandomi alle cinque e mezza, guardandola andar via in un caffè e una freccia bianca.

Avvelenata si allontana. Stessa scena di sempre. Una macchina silenziosa, il fumo che si propaga, il parcheggio deserto.

Oggi recupero, vado a fare colazione, mantenendo la promessa che sia una delle poche fatte fuori casa quest’anno: sono le sei e quaranta ed è domenica.

Oggi recupero guardando il letto sfatto, più sfatto di me. Oggi recupero addormentandomi, senza sveglia e senza promesse: solo incubi e sogni.

Oggi recupero alzandomi preoccupato, fumando meccanicamente  boccate di illegale dissociazione. E pulisco.

La camera, il bagno, il corridoio, mezza cucina.

Oggi recupero sedendomi e provandoci davvero, con le mie parole e la polvere delle stelle a farmi da pioggia.


Una favola di Visual Marketing: Senza rompere le uova, la frittata non la facciamo

Senza rompere le uova, la frittata non la facciamo …

Che gran perla di saggezza.

Ti fa pensare ad un vivere sano, no ?

Poco tempo e poca voglia di cucinare, due uova fresche, sale, pepe e via: la frittata è fatta. Volendo ci si può anche mettere un rinforzino: cipolla, asparagi … di tutto, o quasi.

A me piace molto la frittata, sapete.

Quando penso a questa perla di saggezza, mi verrebbe da pensare a mia nonna, ma no.

Non me l’ha detto lei, bensì un tizio che al tempo, per qualche minuto si è pensato il mio capo.

Io lo rispetto sapete. E’ un bel tipetto.

Ha tutto in regola, dai capelli alla macchina. Giovane (o quasi), yuppie in carriera, Lui è bravo.

Io l’ho visto in sei mesi di lavoro circa una trentina di volte: 28 di sfuggita, una riunione in cui sinceramente ero leso e un gran cazziatone.

Da quel cazziatone ho imparato diverse cose:

1) Non sempre l’amico/a che hai al tuo fianco è fedele: è un collega, non un cane.

2) Non sempre la persona che hai davanti può essere il tuo capo;

3) Che a me sinceramente, non me ne frega niente di molte cose di cui alla gente interessa veramente;

4) Che sono molto felice del punto 3;

Da quel giorno sono passati diversi mesi.

Stavo cancellando le tante email arretrate e l’ho ritrovata lì: dai ragazzi, senza rompere le uova, la frittata non la facciamo.

Per capire il forte legame che io avevo con questa autorità, sappiate che questa email non l’avevo mai aperta.

Il lavoro è stato fatto oggettivamente bene, e il capo del capo ha sorriso. Il capo non si è più visto e parlando solamente con il capo del capo ho scoperto che è molto più semplice sia il lavoro sia la vita.

Morale: ignorare le false autorità a volte è più semplice che combatterle.


Una mattinata con i Folli

Il primo ricordo è la Compagnia dei Folli.

Una giornata strana quando il tuo primo giorno di lavoro ti ritrovi al circo.

E non scherzo .. proprio un circo.

Da S. Benedetto del Tr. (Tronto) ad Ascoli Piceno sono venti minuti.

Paesini carini sui colli e il deserto industriale dove talvolta ricompare qualche spiga di speranza.

Strana storia il lavoro. Specie se hai uno strano talento a perderti per strada come il mio.

Ad un certo punto per ritrovarlo nella zona commerciale mi sono affidato l’istinto: tra gli ipermarket forse, ma dico forse, quel cupolone rosso era un circo.

Entrato (riuscendo anche a perdermi in una strada lunga meno di 50 metri), conosco Mauro Orsini, uno dei creatori della Compagnia dei Folli, questi qui: http://www.compagniadeifolli.it/

Di quel giorno ricordo un gentilissimo mangia fuoco, che mi ha fatto da Cicerone dietro le scene. Il racconto di una storia iniziata in un oratorio. Ed un’intervista, che di fatto nessuno ha mai letto (di cui mi permetto di pubblicare un piccolo pezzo):

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Nata nel suggestivo scenario di Castel Trosino nell’Agosto del  1984 per animare feste e rievocazioni medievali, la Compagnia dei Folli  è oggi uno degli attori più importanti dello scenario italiano del teatro di strada e dell’immagine. Formatasi da un gruppo parrocchiale non solo per  la necessità di colmare la domanda di gruppi d’intrattenimento,ma sopratutto dalla volontà, dall’impegno, dai sacrifici e dalla condivisione dei suoi membri, oggi sono 35  i folli. Come ricorda uno dei suoi fondatori, Mauro Orsini, “Ci fecero conoscere due ragazzi, Piera che faceva la mangiafuoco e Marco, trambolista. Poi quando il virus del teatro ti prende è difficile toglierlo di dosso. E fortunatamente è diventato anche un lavoro”.

Come ci racconta Mauro, il nome della Compagnia trae le sue radici dalla storia medievale sullo spunto delle compagnie dei folli, ovvero quei gruppi che si sfidavano nell’organizzazione delle feste e del carnevale.  Ma c’è di più.  “Ci piaceva inoltre che la follia si contrappone alla normalità. Le riconosci infatti grazie alla loro contrapposizione. Pensiamo che la follia è quello che fa evolvere il mondo. Ci piace pensare che quando facciamo uno spettacolo in qualche piazza o strada, cambiamo l’esperienza di quel posto. Diamo un senso differente a quello che è stato fino a quel momento quel luogo”.

Trent’anni di carriera rappresentano un traguardo incredibile per una compagnia che non solo è riuscita nel tempo ad affermarsi a livello nazionale, ma ha raggiunto numerose presenze sullo scenario internazionale. Quando domandiamo a Mauro di farci una sintesi di quello che è stato fare spettacolo in Italia e delle differenze che si osservano guardando all’estero, molti sono gli elementi che trapelano.

“E’ una disciplina che trova il pubblico, ma non molti consensi nelle stanze dei bottoni. La maggior parte dei fondi sono destinati per l’opera lirica, anche sembra che le cose stiamo cambiando. In Italia siamo ancora agli albori. Sebbene ci sia una grande storia di spettacolo negli anni c’è stato un blackout. Quindi siamo rimasti a quello che era il circo dell’Ottocento, mentre qualcun altro ha preso l’esperienza circense italiana e l’ha trasformata in quello che oggi è il circo contemporaneo. Come il Cirque du Soleil. Oggi si va verso una direzione di circo teatro, raccontare storie utilizzando il numero circense come mezzo.”


Talvolta tornano.

Talvolta tornano.

Pensi di averli persi. Poi riapri un libro e ti cadano davanti.

Queste parole le ho scritte molti anni fa, ma sono felice di riportarle qui, senza correzioni e con un po di malinconia.

Se dovessi dargli un nome, lo chiamerai: Odiavo

Odio questo paese, i suoi confini, questa città.

Odio l’età, semplice o difficile che sia, odio esserci.

Odio questa economia e la lotta tra poveri e poveracci che produce.

Odio la crisi, odio essere in crisi.

Odio la televisione, chi ci finisce e chi ci sfinisce con le parole dubbiose e i sorrisi falsi. Odio le loro parole.

Odio chi compie sessantanni e continua a decidere del mio futuro. Futuro, futuro, futuro … apparisse come Beetlejuice, lo rimanderei all’inferno.

Odio sbattermi in giro per cercare di occupare il tempo. Odio il tempo regolare.

Odio il mio lavoro e non riuscire a pagare la mia stabilità.

Odio non riuscire a pagare l’affitto.

Odio la tosse. Odio questo letto e queste mura.

Odio la mia casa.

Odio la politica del compromesso perché poi ci compromette.

Odio dover essere felice quando dovrei solamente odiare.

Odio questa normalità dell’indifferenza.

Odio le teste rasate senza pidocchi, odio le teste calde e quelle mozzate.

Odio le feste, soprattutto quelle in cui non riesco ad essere invisibile.

Odio il sugo abbondante sulla pasta, le melanzane e il conto salato.

Odio chi vive al di sopra dei mezzi e usa la parola crisi per maledire il mancato aggiornamento dell’ultimo iphone.

Odio essere odiato. Odio la neutralità. Odio il centro dei piccoli centri.

Odio dover dire si, si, si, si, si, si, si si. Odio la mancanza di virgole e punti sospesi.

Odio i dogmi, la santa chiesa e le altre profezie mai avverate, le religioni, ma non i religiosi.

Odio le scuole che non ho frequentato.

Odio il giallo, i fossi, la Democrazia Cristiana e tutti questi cafoni che inseriscono la parola democrazia nei loro squallidi teatrini politici.

Odio poter odiare la mia cultura, le mie radici, le mura che chiamavano il mio sangue e chi lo versava su pavimenti sporchi di nero.

Odio chi beve alla guida, chi fotte i bambini, chi stupra e chi se la cava, nonostante tutto.

Odio chi pensa a me ed odio averlo detto.

Odio il telefono che squilla senza parole. Odio la circolazione ambigua, la politica e l’odore dei loro culi sulle speranze popolari.

Odio aver quasi finito le parole.

Odio che gli anni sono passati senza odiare queste foto.

Odio le donne senza cervello e gli uomini senza cuore.

Odio la guerra, ma non la guerriglia, la parola nota e la retromarcia.

Odio chi non sa parlare e mi ordina.

Odio cercare la mia famiglia che non mi ha cercato.

Odio il portafoglio vuoto, la campagna per riempirlo e queste cazzo di mosche che ronzano nella testa senza fermarsi mai.

Odio la mediocrità, il raffreddore, le medicine costose e la non accettazione che si, dovremmo morire prima o poi.

Odio che ci sia per alcuni il paradiso ed altri l’inferno. Ho paura di finire nel purgatori, in vita.

Odio le storie senza fine, i coltelli, le lame e le pistole.

Odio le curve che i ragazzi non vedono ed i fiori che li ricordano.

Odio la pioggia, quella di quella notte e delle altre a venire.

Odio il contadino che parla della sua villa, dell’invidia verso il padrone e dei sacrifici che non racconta.

Odio la mafia, i consigli regionali e i parlamenti corrotti. Odio la pedofilia, la xenofobia e chiunque in una maniera o nell’altra prova a metterlo nel culo agli altri.

Odio le sentenze di morte, i tempi lunghi, i cani della prateria.

Odio i pagliacci, l’acido sui volti, le siringhe abbandonate in corpi freddi.

Odio Febbraio e la stazione di Roma.


Scarpe ed Eccezioni

E alla fine penso alle scarpe.

A quelle di Antonio, bucate, che i ragazzi ancora le ricordano.

Penso agli scarponi che ho lasciato ad un ragazzo in Turchia, a quelli orribili che mi hanno fatto indossare e alle Sue.

Ma qui no c’è spazio. Non c’è rima.

Ci sono i pensieri della sera che come clienti molesti arrivano a notte tarda, e mi tocca anche scriverli.

C’è la crisi. Ci sono i rischi e le opportunità. Ci sono loro, e loro, ed anche loro.

C’è Lei, e c’è quel cazzo di sole che si ostina a tramontare sui monti, quando io vorrei che si inabissasse  nel mare.

Lì potrei cercarlo. Non sono abituato alla montagna: ho paura di perdermi.

Fregno quando succedeva.

Sui monti tra Rieti e Terni in cerca della strada. Tra le curve pazze del Gransasso con un mano spaccata all’andata e un ritardo vergognoso al ritorno.

Stasera alla fine ci siamo arrivati: eccezione. Quando pesa scriverla questa parola. Eccezione. Mi piacerebbe ingrandirla, ma per pigrizia non cambio mai il format di wp.

Ci fossero eccezioni, su questa strada.


Rileggendo Freud

“Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente”.Sigmund Freud


Basta provarci

Oggi curiosando sul web mi è capitato di vedere un video interessante, quello dell’Amplifon.

I problemi uditivi sono oggi tra i fastidi che peggio influenzano la nostra qualità della vita.

Questi possono creare significativi disagi, che rischiano di trasformarsi in una sorta di esclusione.

Ampliforn per i suoi 65 anni ha prodotto questo video, accompagnato dallo slogan “Basta provarci) (#bastaprovarci).

Oltre la retorica commerciale, questa video asserisce una grande verità ovvero che spesso le difficoltà uditive vengono trascurate, come i consigli di familiari ed amici che spesso suggeriscono ai cari un pò più anziani di “farsi controllare”.

Io me ne rendo conto con mio nonno e con quella stramaledetta televisione che fa rimbombare muri tra notizie raccontate male e seducenti pubblicità.

Del video mi è piaciuto molto il riferimento con il bambino e gli occhiali. Anche io ricordo non li volevo mettere ed oggi che non li porto più quasi mi mancano.

http://bit.ly/1EdsXZX

http://bzle.eu/amplifon-2-au


Rinasce il Candido ovvero qui c’è puzza di cacca

La prima volta che sono andato in Spagna ricordo una cosa bene: la puzza di merda !

La cacca è notoriamente uno dei migliori fertilizzanti esistenti, in particolare quello di equino e credo che quello fosse il periodo della fertilizzazione.

Poi negli anni quell’odore è svanito e la Spagna rimane sempre un diario di ricordi difficili da digerire, alcuni dei momenti sicuramente più belli della mia vita.

Comunque tornando alla merda, Candido.

Non la nota opera di Voltaire, che Ganesh lo abbia in gloria. No, parlo di una rivista.

Questa è stata pubblicata per la prima volta  nel 1945 a Milano da Giovanni Mosca (padre di Maurizio e Paolo) e Giovannino Guareschi (che ne fu anche direttore fino al 1957), edita da Angelo Rizzoli. Fu un giornale di satira politica, prevalentemente anticomunista. Erede del Bertoldo, celebre rivista satirica degli anni trenta dello stesso editore e a cui Mosca e Guareschi avevano collaborato, usciva il martedì[1]. La satira era rivolta sulla politica italiana degli anni del dopoguerra, in particolar modo sui comunisti italiani, dell’Unione Sovietica e dei paesi del patto di Varsavia. (da WIKI)

La satira: chissà se in Italia ancora ne abbia coscienza di cosa sia la satira. Da dieci anni i nostri migliori comici satirici vengono messi al bando dal dictator di turno. Grazie al web però ancora ne abbiamo testimonianza.

Storia a parte ora torniamo al presente. Qualche giorno fa ho ricevuto una email carina carina, di quelle che mi fanno pensare: ma in che cazzo di target group mi inseriscono questi grandi specialisti del marketing.

La Casa Editrice Pagine, con l’editore Luciano Lucarini, annuncia il ritorno del “Candido”, la storica rivista di satira politica fondata da Giovannino Guareschi e Giovanni Mosca nel 1945.
A garanzia della continuità del Candido la direzione è stata affidata ad Egidio Bandini, noto editorialista e giornalista di Libero che, assieme ad un gruppo di autori satirici duri ed ostinati, ha deciso di condurre una battaglia spietata ma sobria e di fare una satira garbata, recuperando il bianco e nero ed il sapore vintage del “Candido” anni 50. Ed altri bla, bla, bla

Ma che bella presentazione no ? Se non fosse che sono un sinistroide, un utopista, un … come ci chiamava il Cavaliere … ah si, un coglione !

Intanto coglione o no, io rispetto la vita, le tradizioni e sorrido alla vita, tranne a questo:

candido merda

E cosa vi sembra questo, satira o merda ?


Riflessione postcolonialista sul perchè Andy Wahrol mi sta sulle palle ( e Basquiat, Bukoswi e mio cugino no)

A me Andy Wahrol sta sulle palle.

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Guardando questa foto che una mia amica al tempo mi regalò (interpretando assolutamente bene i miei gusti) lo capisco. A me Andy Wahrol sta sulle palle. Mi piace molto Basquiat.

E’ affascinante, vero, affamato. Mi piace quella purezza che si nasconde dietro quel lerciume, quel genio espresso nei suoi occhi, ma questa articolo è per accettarlo: a me Andy Wahrol (questa è la prima volta che scrivo il nome del puzzone senza usare il copia incolla ) mi sta sulle palle.  Osservando quella foto di Basquiat capisco perchè la tizia gli abbia sparato. Perchè no ?

Nessuno avrebbe mai pensato di sparare al maestro Bukowski, o per lo meno non perchè fosse Lui: solamente perchè era lui. Lo sapete, una rissa in un bar, storie di donne, notti e corse. Il solito.

Perchè mi perdo sempre non lo so. Io vorrei solo conferarlo: a me Andy Wahrol non piace. Mi piace la sua arte o per lo meno quella produzione che varie tipe e tipi producevano nella Fabrika.

Non sono neanche sicuro che mi piacci l’arte di quello là. Rallegra l’ambiente, ma … Per me questa locandina che tengo appesa alla mia parete è un ricordo di una bella serata passata con mio cugino alla pinacoteca di Ascoli Piceno. Una delle migliori serate quell’anno (mio cugino è veramente una brava persona: non ruba, non impreca e collabora).

E ripenso a  Basquiat …

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Al maestro

èpA mio cugino

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Ma Andy Wahrol …

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no.


Franco Anzelmo inaugura a Cupramarittima la mostra Equilibrismi

Grande appuntamento sabato 28 febbraio alle 18 per l’inaugurazione della mostra personale di Franco Anzelmo, Equilibrismi, che sarà presentata alla Galleria Marconi in occasione della rassegna ‘Avere vent’anni’,  arrivata al suo terzo appuntamento. Organizzato dalla Galleria Marconi e da Marche Centro d’Arte, l’evento è curato da Dario Ciferri, che è anche autore del testo critico.

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Le opere dell’autore ricercano una estetica particolare, fatta di figure sospese ed in bilico, che scavano nei sentimenti e nell’animo umano per presentarlo al pubblico in un’altra forma e in un’altra lettura.

La nudità testimonia tutta l’innocenza dell’uomo quella che vorremmo vedere, che sappiamo esistere dentro noi, che sarebbe bello sapessimo manifestare.” (Dario Ciferri)

La fragilità, l’equilibrio, quello spazio solitario che spesso indichiamo come il vuoto, sono tutti elementi che in Franco Anzelmo si saldano in opere dal profondo significato umano e in una ricerca che dalla luce alle forme, mirano ad esplorare l’interiorità dell’individuo.

La mostra di Franco Anzelmo è visitabile fino al 26 marzo 2014 (lunedì – sabato 16.30 – 19.30) ed è il terzo appuntamento del ciclo di mostre Avere vent’anni che accompagnerà la Galleria Marconi per tutta la stagione espositiva 2014/2015.


Di noi

Pensiero gentile

pendere

dalle sue parole come angeli dal cielo

dalle sue labbra sentire l’ardore

sentirla ballare in versi accesi

spinta dai soffi di vita danza senza accenti

senza riflessi ti vedo pura

assistita dalle stelle pensami

non come un cielo ma come una scia

seguimi in questa oscurità stramba

accesa l’ultima candela  non rimane lacrima

che non scriva il sapore della tua pelle

che non voglia sognarti qui

stesa in questa vita assente

di noi


Quasi adatti

Se poggiasi il capo su una nuvola

sarebbe il suo ventre

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10.19 … ed uno.

La giornata sarebbe ancora da iniziare. Guardo la mostra di post it che mi ricorda cosa devo fare e cosa avrei dovuto già fare. Me ne sorprendo: pensavo decisamente peggio. La sagoma nello specchio stamattina mi faceva un pò meno schifo. Un’altro passo avanti. Finchè non sono lì, in mezzo a quel nulla che a suon di canzoni di Natale (manco fosse Dicembre) mi fa schifare ancora più quelo che ho attorno. Un pò come la faccia di Salvini, per intenderci.

E alla fine mi siedo qua e vedo la prima boccata di una lunga giornata.


Tarocchi e Streghe by PrincessEsmy

UNA COSA ACCADE SOLTANTO SE CI CREDI DAVVERO, ED E' CREDERCI CHE LA FA ACCADERE (F.L Wright)

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«Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi». [Pessoa]

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