La notte vanno in giro i matti …

Mio nonno mi ripeteva sempre, “attento che la notte vanno in giro i matti” e ciò che successe quella sera, ve lo dimostrerà.

Ero nel mio studio a lavorare a un saggio, quando sentii dalla casa accanto quell’ormai troppo familiare pendolo, il gong delle tre, invadente ospite di uno spazio che per legittimo diritto, era solo mio. Mi rimisi a lavorare trionfate. Il prossimo appuntamento era per le sei di mattina, ma a quell’ora io già avrei dormito. A un dato momento un rumore simile allo scricchiolio del ghiaccio in frantumi mi fece sobbalzare. Io glielo avevo sempre detto a quell’angelo che sonnecchia lì sul divano, che quell’adorabile micino su cui lei aveva così insistito, proprio, non era una buona idea. La mia allergia mi obbligava a non farlo entrare, ma il suo miagolio, tanto dolce quanto quello della mia sposa mi convinceva sempre che qualche starnuto non mi avrebbe certo ucciso. Dopo quella sera non ne sono stato più molto convinto.

Il suono sembrava provenire dalla camera degli ospiti la stessa che dava sul giardino interno. Cherry come ogni brava attrice esigeva l’entrata principale, quindi andai verso il portone, ma un piccolo tonfo mi confermò che era la direzione sbagliata. Percorso il piccolo corridoio che portava alla stanza, cercai di aprire la porta, ma era chiusa a chiave. La chiave la chiave, pensai, dove sarà? L’aveva messa via Gabrielle per timore che Emir si intrufolasse dentro a giocare, ma svegliarla non mi sembrò opportuno. Tornai all’entrata e aprii la porta chiamando invano Cherry. Bene, se la signorina vuole fare la difficile, non resta che accontentarla, pensai, si sa come sono fatti i gatti. Stavo per avanzare quando un’ombra apparve dal niente sferrandomi un calcio, che mi scaraventò all’interno della casa. Mi mancava il respiro e mi veniva da vomitare, ma l’ennesimo calcio questa volta in pieno viso inverosimilmente mi riportò alla lucidità. Dinanzi a me c’era un omuncolo con il viso nascosto da un passamontagna nero e un revolver nella mano. Cercai di rialzarmi, ma ricevetti un altro colpo in faccia con il calcio della pistola. Sentii il sangue scendere caldo dal labbro inferiore fin sul collo e il suo tepore mi ricordò che ero vivo e che non ero l’unico in casa. Non tentai di rialzarmi. Dalla porta si affacciò Gabrielle che vedendomi a terra e insanguinato trattenne un sussulto per precipitarsi a soccorrermi. Non feci in tempo ad avvisarla che quel vile l’aveva già bloccata, mentre con un ghigno da vincitore godeva della sua posizione. C’è qualcun altro in casa ? chiese con una voce severa, che mi sembrò da subito molto familiare. No, risposi, il bimbo è dai nonni. Gabrielle fu scaraventata a terra con violenza e si raccolse nelle mie braccia. Quel maledetto era lui, l’avrei riconosciuto tra mille. Ora puoi levarti quella roba, gli dissi guardandolo negli occhi. Il suo ghigno si fece più aspro. Fece per alzare la pistola, prima la puntò su di me, poi su Gabrielle. Lei non c’entra niente con questa storia, noi, non c’entriamo niente con la tua storia. Scoppiò in una patetica risata. Luca, lo chiamai, togliti la maschera. Questa volta il richiamo ebbe il giusto effetto e a tale richiesta acconsentì. Che cosa vuoi Luca?

Incominciò a sghignazzare: “Cosa vuoi Luca, oddio cosa vuoi, io non c’entro niente. Smettila di piagnucolare! Sei stato questo tutta la vita una pappamolla, uno che non meritava niente e ha avuto tutto, uno che non ha mai fatto niente, un viziato, un pezzente”. Luca, provai a dire, ma il suo viso e il tremito che accompagnava la mano con cui reggeva l’arma mi spaventarono e preferii tacere. Non sei mai stato niente, non sei mai stato niente, ripeteva e nel farlo si spostava da una parte all’altra dell’atrio. Se qualcuno mi ha visto sono fregato. Andiamo nella sala, forza muovetemi, tuonò. Provammo ad alzarci ma ci fu ordinato di strisciare. Nel farlo non smettevo di fissare Gabrielle bella, innocente, pura come il giorno che l’avevo incontrata e in pericolo a causa mia. Sentii improvvisamente una forte puntura sul polpaccio, la testa fu un mantra di vertigini e il resto oscurità. Quando aprii gli occhi, la prima cosa che vidi fu Gabrielle, legata a una sedia con gli occhi fissi su di me. Sembrava morta. Provai a gridare, ma le mie labbra erano state sigillate con del nastro adesivo. Sentivo lacrime di rabbia venire fuori dal cuore, la mente e gli occhi non smettevano di cercarlo. Dove sei maledetto, dove sei carogna?

Sono qui, disse e quasi leggendomi nella mente continuò:

Non è morta, stai tranquillo. E’ solo sotto Franton, una droga che ti spegne, e si sfinì in una risata che aveva qualcosa di compassionevole. Ce la davano sempre all’istituto, a quella prigione di merda dove tu, tu mi hai mandato. Te lo ricordi vero ? te lo ricordi di quando eravamo amici? Lo sai che non eri nessuno e non lo sei neanche ora. Il giornalista d’assalto voleva fare, il grande reporter. E alla fine lo sei diventato no? Guarda questa casa, questi vasi. Chissà dove li avrai presi, chissà quando varranno. E lo sai chi lo ha pagato il tuo successo? Io. Mio fratello. Tutta la mia famiglia. Te l’avrei fatta pagare, te l’avrei fatta pagare subito. Avrei ucciso tutta la tua famiglia, ma no: tu non ce l’hai una famiglia. Stava per scoppiare e, infatti, frantumò due mensole, dove c’erano le foto di Emir, Gabrielle e me. Lo vidi raccogliere una cornice dorata “Che bel bambino che hai. Forse andrò da lui quando avrò terminato qui. Lo sai che succederà non è vero? Per prima cosa farò tante cose brutte alla tua bella mogliettina. Poi quando sarai sfinito, incomincerò con te. Assaporerai quello che ho vissuto tutta la vita, la frusta, le bruciature, le minacce e poi, oh si, e poi vedrai la cura. Non vedi come sono guarito, non vedi come è in forma il tuo amico? Un’altra risata interruppe l’azione. Dovevo muovermi. Mi ero sbagliato, la sua mente c’era: l’animo che cova vendetta è lucida, e guidato dalla passione arriva al suo obiettivo per quanto crudele possa essere. Mi tolse il nastro, fissandomi da vicino. Non reagii e questo parve tranquillizzarlo un po’. Osservai Gabrielle, aveva ripreso colore, ma era ancora svenuta. Ascolta, dissi senza guardarlo negli occhi, voglio proporti una cosa? Luca mi puntò la pistola in faccia, ribolliva di rabbia e balbettava ttttu tu propropro pponi. Io sono l’unico responsabile per ciò che è successo. Solo io. Non c’entra mia moglie, non c’entra mio figlio. Che cosa farai dopo tutto questo? Che cosa farai quando … si scaraventò su di me colpendo alla rinfusa … c’è una sega elettrica nello scantinato, urlai, c’è una sega nello scantinato. Luca si bloccò e con l’aria di Dio stampata in fronte, si sedette in posa di ascolto.  “Cosa farai uscito di qua? Sarai un ricercato, non hai soldi, non hai niente. Di sotto c’è la cassa forte. C’è dentro tutto quello che ho/ Quant’è/ Non lo so, non conto mai i soldi, ma è tanto, prendilo, la chiave è lì nel cassetto. La prese dove effettivamente era. Ora ascolta, vuoi vendetta, bene. Prendi me. Sotto c’è una sega a nastro. Fammi vivere ciò che ha sofferto tuo fratello, pezzo per pezzo. Pensai di aver esagerato, attesi la reazione, ma lo vidi fissarmi mentre un pavido sorriso apparse sul suo volto. E’ un pensiero stupendo, ma tu devi pagare per i tuoi crimini, per tre vite/Io pago per la vita di tuo fratello/ E la vita di mia madre, e la vita di mio padre. Chi pagherà per le loro vite?!?/ Non loro Come puoi pretendere di incolpare qualcuno per la morte di tuo padre. Era un alcolista, un manesco, te lo ricordi/Beveva per la morte di mio fratello/Luca non mentire. L’ha sempre fatto, ne hai sempre portato i segni. E’ morto com’è sempre vissuto, ubriaco sbattendo contro un muro. E mia madre, cosa aveva fatto mia madre. Lo sai cosa ha fatto mia madre? Si è tolta la vita, si è tolta la vita perché mio padre era morto e mio fratello era morto e tu l’hai ucciso. Luca sembrò esplodere quando qualcuno bussò al muro. I vicini, i vicini, ansimai. Luca fece cenno di stare zitto. Forse hai ragione mi disse, per ora faccio in tempo a pensare a te. Muoviti, fai gli omaggi. Avevo la pistola puntata alla schiena e feci strada fino al rustico. Siediti, mi fu ordinato. Eseguii notando una valigetta nelle mani di Luca che fino ad ora non avevo visto. Luca mi legò le braccia, lasciandomi le gambe libere. Aprì la valigetta estraendone un liquido rosso che m’iniettò nella coscia. Pochi secondi dopo sentii le gambe fredde, morte e a un tratto mi venne un rigurgito. Luca sorrise e prese a pulirmi con un fazzoletto dicendo: “succedeva a tutti nella camera la prima volta. Loro dicevano che vedere le tue gambe schizzare qua e la ti addrizza, se non ti spezza”. Luca posò il fazzoletto e prese la cintura. I colpi furono veloci, andava tutto troppo veloce, avevo bisogno di tempo, avevo bisogno che Gabriele si svegliasse. “Lo sai che Sante andava punito?”. Non nominare il nome di mio fratello, bastardo – e nel colpirmi assaggiai la ferocia, che anni di soprusi avevano prodotto. Più mi colpiva più il mio corpo s’indolenziva. “Sante sbagliava Luca, Sante era un mostro, sai cosa ha fatto”. “Sante la amava, Sante la voleva proteggere, Sante ci amava”. “Luca avevate la stessa età tu e lei, avevate dodici anni. Sante la ricattava con la droga, la vendeva ai suoi amici. Dovevamo fermarlo”. “Mi hai riempito la testa di menzogne, mi hai detto che Sante era il diavolo, che dovevamo dirlo ai grandi”. “E così è stato e così doveva essere. Ciò che è poi successo non sono fatti che mi riguardano”. I suoi occhi dichiararono che l’ora era giunta. Estrasse dalla valigetta una piccola ascia e sorrise. “Pensavi che fossi così stupido da accendere la sega in piena notte. Io non sono stupido come te, ma la tua idea di farti soffrire le pene di sante mi è piaciuta. Finito con te, andrò da tua moglie e la ucciderò. Non fare quegli occhi, sarà una morta veloce e indolore. Farò finta che si sarà suicidata dopo averti fatto a pezzi. Tutti penseranno che è la fine che si merita un tipo strano come te. Sei sempre stato strano. Ricordi, ti piaceva studiare, andavi sempre a scuola, non venivi mai con noi. Non eri uno di noi. Ti piacevano i ragazzi che le suore chiamavano per bene. Noi non eravamo abbastanza per bene per te. Ma oggi è la tua fine, oggi vivrai il dolore di Sante !”. Chiusi gli occhi nello steso momento in cui un sibilo annunciava l’inizio della fine, ma un suono sordo e rozzo interruppe le mie grida. Aprii gli occhi e vidi Gabrielle lottare, il mio giglio che diventava furia e la stessa che si tramutava in odio. Luca perdeva sangue dal capo, ma ebbe la meglio. Con un pugno nel ventre guadagnò lo spazio necessario per scaraventarla a terra. “Lurida vacca” esclamò “morirete insieme, morirete come animali. Vi sparerò, vi ucciderò entrambi e poi verrà il turno di vostro figlio, dov’è la pistola ?”. No, gridò Gabriele, ma un colpo secco segnò la fine dei giochi.

La polizia giunse un quarto d’ora dopo seguita dall’ambulanza e da una pattuglia dei carabinieri. Un giornalista del luogo avvisato dell’accaduto riportò la notizia in prima pagina allegandoci le foto di Emir, di Gabriele e del sottoscritto e titolandolo: famiglia presa in ostaggio: il ragazzino salva mamma e papà.

Quella stessa mattina ci ritrovammo al tavolo a fare colazione. Gabriele decise che dovevamo parlare a Emir. Lo facemmo perché era spaventato. Lo facemmo perché il suono di una pistola non dovrebbe essere musica per un undicenne. Gli spiegammo perché era così importante averlo nascosto. Gli spiegammo quanto lui fosse importante per noi. Lo ringraziammo tante di quelle volte, che ogni volta il suo sorrisino diventava ancora più timido. Mi chiese perché quell’uomo si era comportato così e non volli rispondere. Non volli rispondere affinché non odiasse Luca e la sua storia. Non dissi nulla nella vana speranza di proteggerlo ancora un po’ da un mondo che fa male, che nuoce, che ha perso la speranza in se stesso, perché come spieghi a un ragazzino tante storie insieme; come gli spieghi la droga, la violenza, l’immoralità dei pedofili, nonostante ora sia un uomo, ora che ha ucciso, ora che sa quale irrispettoso e fine limite c’e tra l’essere vivi e l’essere morti. Gli promisi che a tempo debito gli avrei raccontato la storia e gli chiesi di accontentarsi della stessa spiegazione cha alla sua età mio nonno mi aveva dato: “Perché la notte girano i matti”. Emir rise a crepapelle e guardandoci con Gabriele pensammo che per ora il discorso fosse chiuso e tale rimase per anni, e anni a venire.

 

 

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